Nome, forme e vasaia

Tratto da “Di là dal dubbio”

 Copertina del libro di là dal dubbio

Inchiodare la mente al silenzio

L’io è ignoranza, mentre il Sé è Conoscenza; dunque occorre trovare il Sé. ll Sé è Essere-Intelligenza-Pienezza.

 Per trovare il sé occorre morire all’ignoranza. E come si fa a morire all’ignoranza se l’ignoranza chiacchiera sempre e si morde la coda? Nessuna risposta giusta e adeguata può venire da un io che è ignorante. Se uno vuole stare fermo e intanto sta camminando, deve necessariamente fermarsi, non camminare più.

Quindi perché non restare fermo? Perché non inchiodare la mente-ignoranza al silenzio?

Chi è senza movimento è supremamente sovrano, ha raggiunto la mèta del viaggio; ha riabbracciato se stesso quale essenza-senza-secondo. 

La Realtà è silenzio. Il silenzio rappresenta il centro della ruota, la soluzione delle polarità, l’imperturbabilità che trascende il “cielo” e la “terra”, la pace nel vuoto, l’armonia dell’unità immobile.

D’altra parte, il movimento, il divenire e il processo richiedono sempre movimento e divenire.

Se l’io lo costringete al silenzio, è inevitabile che ne soffre; per istinto riconosce che il silenzio rappresenta la sua morte e quindi impegna tutte le sue risorse per eliminarlo. Il “rallentamento” del movimento psichico deve avvenire con gradualità; non possiamo fermarci di colpo per quanto in teoria ciò sarebbe possibile.

Se riusciamo a vincere la forza inerziale (tamas) dell’io, gusteremo la quiete, la calma e il silenzio; ma teniamo ben presente che l’io in modo disperato ci richiede il suo alimento. Quando riuscite a rimanere per una mezza giornata nel silenzio, o quasi, vi accorgerete poi che l’io-mente diventa più agitato e più esigente; sembra proprio che, avendo presagito la sua fine, tenti di rifarsi, di prendere fiato con maggiore forza. Se non rimanete fermi di fronte alla forza della disperazione di chi sta morendo potreste esserne risucchiati. Guai ad essere accondiscendenti e sentimentali. Alcuni, per quanto vogliano disfarsi dell’io, in verità lo amano.

Il paradosso è questo: siamo talmente imbevuti di conflitto-movimento che abbiamo perso l’abitudine di gustare la beatitudine. Allo stato attuale oserei dire che siamo impreparati a gustare la beatitudine; alcuni ne sono addirittura incapaci, altri si creano dei complessi. Si può arrivare persino al rifiuto della propria natura per accettare quella seconda natura di conflitto che ci siamo costruita in modo artificiale. Insomma, siamo così attaccati al surrogato da rifiutare il prodotto puro.

D – Da dove mi viene questa forza psichica, questa energia che mi richiede esperienza sensoriale?

Ci sono alcuni che, in verità, non sono qualificati a fermarsi; la loro inconscia motivazione più che fermarsi richiede solo un cambio di direzione o di movimento.

Occorre comprendere se si è pronti a fermarsi per essere, oppure si è solo necessitati a realizzare un cambiamento di esperienze.

 

L’azione sbagliata o il peccato

Il rimorso per un’azione sbagliata; parlando in termini religiosi potremo dire il peccato, è l’accumulo di milioni di ieri, è l’energia immagazzinata e solidificata, quell’energia ormai qualificata che insiste per essere ascoltata, presa in considerazione ed espressa. Sono le vasana, i samskara, sono le “direzioni di pensiero” che hanno solcato la nostra sostanza e impresso un certo movimento, un certo ritmo. Osservate  il vostro andare e venire psichico e vedete se ciò risponde a verità.

La più grande gioia che può derivare dalla Conoscenza è quella di sapere che possiamo risolvere e abbattere le nostre costruzioni mentali, le nostre direzioni energetiche, cioè quelle strade che ci hanno portato in un vicolo cieco. Da qui la consapevolezza di rallentare quel movimento che abbiamo impresso nel tempo e che ora, privo di scopo, vogliamo fermare per riprendere la nostra quiete o la nostra gioia senza oggetto.

Il silenzio è la fine del movimento, è la fine della strada, è la fine del conflitto e del dolore. Chi vuole pervenire al silenzio senza fermare il suo “andare”, è come chi, volendo restar muto, continua a parlare. 

Trasgredire ad un comandamento, ad una morale, ad una legge.

Se mettete il dito sul fuoco si brucia perché avete trasgredito una legge fisica, diremo che ne subirete le conseguenze. Per non trasgredire più questa legge ed evitarne le conseguenze è necessario non mettere più il dito sul fuoco. Mi sembra questa la conclusione.

L’attenzione va posta soltanto su questo riconoscimento, quindi non si deve porre l’attenzione sul rimorso di aver commesso qualcosa.

Se l’agire peccaminoso è un agire non conforme alla Legge universale, si deve  creare con essa un giusto accordo. L’etica è proprio questo giusto modo di agire; l’etica è vivere conforme al Principio.

La reazione

Il mondo reattivo cristallizzato è costruito dal fantasma dell’io; ora, se lo facciamo crollare possiamo instaurare un nuovo modo di essere. Sulle ceneri della nostra incompiutezza potremo svelare il Bello innocente che non è complicazione o eterogeneità, ma semplicità. Nel mondo del Bello, che è commensura col Principio, non vi sono orgoglio, possesso, avidità, invidia, astuzia e vanità. I conflitti umani nascono perché sono motivati da queste qualificazioni. Chi le ha vinte è un essere pacificato, armonizzato, semplificato, innocente. Se si riesce a vivere non pressati dal subconscio, e quindi dal mondo reattivo, ci si pone nel presente immediato, si vive uno stato che non ha problemi esistanziali.

Se osserviamo la nostra azione (mentale, emozionale, sessuale) possiamo scoprire che non la esprimiamo mai con innocenza, ma, al contrario, essa è sempre motivata. dal ricordo emotivo piacere-dolore e dalla concettualizzazione mentale preesistente. La scelta del cibo è condizionata dall’esperienza attrattivo-repulsiva e dalla forma-immagine costruita nel tempo.

Quando mangiamo un’arancia non facciamo altro che ripetere un’azione meccanica, memorizzata; mangiare un’arancia nel presente significa essere liberi dalla forma-immagine arancia del passato e anche da eventuali aspettative ch’essa può darci. Essere consapevoli, profondamente attenti o vigilanti nell’atto di sbucciare l’arancia, ridurla a spicchi, masticarla e, infine, percepirne la fragranza o la vibrazione qualitativa significa essere tutt’uno con l’arancia, con quella particolare arancia non con altre, senza creare paragoni, senza concettualizzare il percepire, senza che da essa si desideri qualcosa.

Il sesso

Questo vale anche per il sesso. Nel sesso l’azione non è innocente perché è motivata dalla forma-immagine la quale non solo determina l’atto iniziale, ma l’intero processo. Nell’unione sessuale non sono due jiva che si incontrano, si amano e si concedono, ma quelle che si incontrano e si offrono sono due forme-immagini, frutto di concettualizzazioni del rapporto, del partner, della stessa modalità di azione, ecc. Non sono neanche due corpi. Anche qui allora occorrerebbe dimenticare il passato e le aspettative del futuro?

L’atto appesantito dal condizionamento del passato non viene mai vissuto nella condizione del presente. In generale si traspone il passato o il futuro nel presente. Vogliamo dire che l’atto, o l’unione, lo realizza la subcoscienza – che è accumulo psichico cristallizzato – non la coscienza svegliata all’esperienza del momento presente.

Alcune persone non sanno più se l’impulso all’unione è originato dal ritmo vitale o dalla forma-immagine psichica che preme per essere gratificata.  Ad esempio, alcuni mangiano spinti da un’irrequietezza psichica, da un nervosismo o spasmo psichico più che da un’esigenza fisica di cibo. Il sesso espresso in armonia con i ritmi vitali non arreca alcun danno né è di ostacolo alla stessa sadhana, soprattutto quella pertinente ai primi gradi dell’ascesi,  primi due gradi degli asrama. Può diventare un ostacolo quando nella spazialità psichica si agita la forma-immagine del sesso; questa è un mostro che con continuità succhia sangue ed energia a scapito sia della sadhana sia della tranquillità mentale. Alcuni sono ossessionati non dalla sessuaIità in sé ma da quella immaginativa, psichica, mentale. Occorre, dunque, distinguere quella che è una precisa istanza di creatività polare da un impulso di piacere sessuale originato da forme-immagini soltanto mentali.

L’umanità, purtroppo, ha perso tante cose inerenti all’atto polare; ha perso:

1. i ritmi;

2. il giusto approccio o accostamento all’unione; 

3. la giusta modalità operativa durante l’unione;

4. la comprensione del corpo, della forma e dei punti focali a cui il corpo risponde;

5. la tecnica della giusta conservazione e utilizzazione dell’energia (riguarda soprattutto la polarità maschile);

6. il giusto uso del rapporto temporale: stimolo iniziale, crescita, maturazione e compimento;

7. l’atteggiamento contemplativo sia dell’atto in sé, sia della polarità complementare in quanto anima jiva, sia, infine, dello stesso corpo.

L’unione polare, privata di tutti questi fattori, si riduce ad una semplice consuetudine di scaricare un’energia fisica compressa, o di gratificare il piacere sensoriale; da qui, poi, l’istanza del possesso dell’oggetto desiderato. Oggi il sesso è frutto di semplice desiderio emotivo, passionale, non di gioiosa ed innocente espressione creativa. Il sesso è il simbolo di una realtà più alta, universale: e come tale è un atto sacro, è un rito che ripete il Sacrificio di Purusa-Prakrti. Mi rendo conto che in concreto si cerca di appagare la forma-immagine. Non sono due anime ad incontrarsi, ma due piccoli o grandi fantasmi, a seconda dei casi, che cercano compensazioni, ognuno dei quali tenta di rubare il piacere all’altro. Ma per modificare le cose occorrerebbe un insegnamento; anzi, visto sotto tale prospettiva penso che debba essere un insegnamento.

Infatti lo è; e, come tutti gli insegnamenti, non è facile seguirlo, per quanto tutti pensino di essere pronti. Si deve insistere che, purtroppo, alcuni cercano solo il piacere psichico, non l’unione rituale polare; il piacere può essere la conseguenza innocente, l’effetto.

Il sesso, comunque, può essere superato completamente. Quello che abbiamo detto può essere valido a certi livelli; non solo, ma può essere preso in considerazione da coloro che si trovano ad avere un’età giovanile e media. Non è il caso di ricordare che il sesso è dipendenza, e per chi cerca la liberazione ogni dipendenza è prigione. Nella dimensione, poi, metafisica non vi è sesso; questo, a qualunque dimensione e grado possa esprimersi, è polarità e la polarità vive e si perpetua sul piano del relativo manifesto.

Ci si può offrire anche per un puro atto di donazione, anche se questo è più tipico della donna, mentre l’uomo spesso non si sofferma su tale gesto.

Vi è  un accostamento tradizionale al sesso che non è né di ordine consumistico, né gratificante per se stesso, né di procreazione senza consapevolezza, né di possessività, né soltanto fisiologico.

L’accostamento parte da dimensioni buddhiche e può dirigersi verso il basso cercando di realizzare la fusione del corpo manasico e di quello pranico, mentre il fisico denso funge da supporto. Questo dovrebbe essere considerato come “pedana di lancio” per spiccare il volo verso l’alto come una palla di gomma che, lanciata dall’alto, usa la terra come adeguato supporto di rimbalzo.

Diremo che a certi livelli l’unione polare può rappresentare una meditazione, ma parliamo di unione non di accoppiamento per gratificare il piacere egoistico fine a se stesso. L’umanità ha fatto e fa molto uso del sesso senza aver raggiunto un’armonia psicofisica e ciò implica che sul piano del comportamento sessuale qualcosa manca.

Per vincere lo spirito di conservazione dell’io empirico occorre comprensione, maturazione e coraggio; e per alcuni non è questione di un giorno. Comunque, non è il caso di scoraggiarsi; agli inizi il bambino, buttandosi in acqua, ha paura di annegare; poi, con intelligenza e comprensione, acquista coraggio, fiducia fino al punto che dalle acque si lascia con piacere cullare e trasportare.

L’Etica

Non c’è uomo di governo o di cultura che non predichi la morale, ma .questa morale, per quanto venga predicata, nessuno la mette in pratica. Ciò avviene per il semplice fatto che parlano di qualcosa che non esiste. Se vi dico di seguire le orme di un uccello, non potete farlo perché gli uccelli non lasciano orme.

Vi è solo un’Etica ed è quella commensurata o armonizzata col Principio; ora la visione dell’oggi, in linea di massima, non concede spazio al Principio; se ne deduce che l’Etica che si persegue non è l’Etica, ma la semplice morale di costume, il semplice sentimento o stato d’animo del momento storico, stato d’animo che può essere anche aggressivo. Così abbiamo una morale aggressiva istituzionalizzata.

In una società in cui impera l’umanesimo sentimentale, la morale si riduce a difendere i postulati emergenti dalla contingenza del momento, a difendere la moda letteraria, commerciale, d’abbigliamento, politica, ecc.

Si potrà instaurare la vera Etica riconoscendo, prima di tutto, che vi è qualcosa più grande dell’uomo in quanto tale. L’individuo dovrebbe abbandonare la sua posizione antropocentrica, ma ciò richiede grande umiltà e grande capacità di dilatare la coscienza.

 

Azione come un giuoco “lila”

La dottrina indù sostiene che tutto è “lila”,  cioè giuoco, mi chiedo che senso ha parlare di azione etica conforme al Principio.

In sanscrito lila significa “giuoco”, azione compiuta come nel giuoco. Questo tipo di azione-giuoco divina è contrapposta all’azione astuta e predeterminata dell’individuo interessato.

L’azione individuale è:

1. motivata da un interesse egoistico;

2. rivolta a scopi di gratificazione e di appagamento sensoriale;

3. diretta all’espansione dell’io e alla sua affermazione; 

4. caratterizzata dal senso drammatico.

L’azione divina è come il giuoco del bambino: non nasce da un interesse egoistico particolare, non è rivolta a gratificare qualche istanza subconscia, non mira a scopi di espansione di sé a scapito di altri. Diremo, questo tipo di azione è innocente, è un’azione senza azione, è uno stato di essere senza desideri, è un’azione semplice, limpida; è il vivere per il vivere, senza alcuna sovrapposizione. L’azione conforme al Principio è spontanea, non implica alcuno sforzo, alcuna tensione, alcun conflitto. E’ “lila”, giuoco innocente come volo di rondine.

La vita umana è una continua lotta di sopraffazione, di tensione, di abbrutimento perché non si realizza quel giusto tipo di azione innocente, non drammatico che si esercita quando si esperimenta un sano giuoco o un puro sport. Accosti alcuni di questi pensieri a quello che abbiamo detto sul sesso e trarrà altre conseguenze proficue.