VIVEKA E VAIRAGYA

«Allora la mente si volge alla discriminazione (viveka) e propende per il kaivalya».
«Il non-attaccamento (vairagya) è la consapevole padronanza di colui che ha cessato di aver sete di oggetti visibili e udibili [rivelati]»
In questi sutra Patafijali enuncia due processi operativi che sono peculiari del Vedanta: viveka e vairagya, discriminazione o discernimento tra il Reale supremo e il relativo-contingente, tra ciò che realmente si è e ciò che appare, e il conseguente distacco da ciò che non si è o che è pura apparenza.
Nello stato di aviveka si è guidati solo dalle “opinioni” e dalle proiezioni dell’inconscio collettivo. La mente è letargica, è vissuta dalle varie impressioni sensoriali e dal coinvolgimento passivo da parte del mondo dei nomi e delle forme. Quando incomincia a sorgere nell’animo la luce del viveka, tutta la problematica cambia: v’ è un interesse ai problemi fondamentali esistenziali, v’è un atto di selezione, di valutazione e di sintesi in riguardo alla propria esperienza e ai valeri dei rapporti; si cerca di scoprire la Costante che si cela dietro il flusso fenomenico delle forme. Questo tipo di discemimento-viveka non è frutto di un processo del pensiero analitico o dianoetico, ma di una condizione illuminata della mente.
«Se, dunque, le cose stanno in questo modo, bisogna ammettere che c’è un (primo) fattore che è sempre identico a se stesso, non generato e imperituro, e che non raccoglie in sé nulla di estraneo né si trasforma esso stesso in altro, non visibile, né percepibile da nessuno dei sensi: ciò toccò all’intelletto di contemplare.
Ma, di nome uguale e ad esso somigliante ce n’è un secondo (fattore) sensibile,”’generato, e in continuo movimento che origina in un luogo e in questo perisce, apprensibile dall’opinione e con l’aiuto dei sensi»’.
Se viveka acquista una certa forza, fa scattare l’azione di vairagya (distacco da ciò che abbiamo compreso essere non reale o contingente e impermanente).
«Si deve pure tener presente che viveka e vairagya sono legati in modo strettissimo l’uno all’altro, e sono in realtà due facce della medesima moneta. Il viveka comporta il distacco dagli oggetti che tengono in schiavitù l’anima, facendole così aprire gli occhi, e il distacco così sviluppato, a sua volta, chiarifica ulteriormente la visione da parte dell’ anima e le consente di vedere più profondamente nell’illusione della vita. Pertanto viveka e vairagya si corroborano e si rafforzano l’un l’altro e formano una specie di circolo virtuoso che accelera, in modo sempre crescente, il progresso dello yogi»2.
Vairagya deriva da raga, termine definito da Pataiijali come il piacere che sorge in seguito all’attrazione, e quindi alla repulsione, per qualche oggetto I. Così vairagya significa assenza di qualsiasi attrazione-repulsione. Distacco derivato non da un’inibizione irrazionale o volitiva fine a se stessa, ma dalla consapevolezza-discernimento (viveka) che gli eventi-oggetti imprigionano soltanto senza risolvere alcun problema. Ogni tipo di attaccamento (piacere-dolore) costituisce un limite alla libertà dell’anima. In altri termini, viveka e vairagya danno
la capacità di spaziare in libertà negli indefiniti processi della vita e sui diversi piani esistenziali fino al raggiungimento di kaivalya. Così viveka può essere utilizzato su più alti livelli quando v’è un discernimento profondo tra ciò che è l’indivi
dualità o processo individuato dell’ente e l’anima o jiva che governa tale processo, o ancora tra ciò che è lo stesso jiva e l’ atman in quanto pura coscienza di ordine metafisico. Se viveka ha riconosciuto l’individualità come un fattore di “caduta”, di separazione dal contesto universale, vairagya puòportare la coscienza individuata a stabilizzarsi come jiva o consapevolezza universale; se viveka ha riconosciuto lo stesso
jiva come un semplice riflesso dell’ atman, vairagya può portare
a far sì che il riflesso di coscienza oggettivato o manifestato si sciolga nella sua fonte originaria e trascendente.
Questi passaggi, prese di consapevolezza, atti di realizzazione sono frutto di viveka e vairagya. La loro giusta utilizzazione dipende ovviamente dalla particolare posizione coscienziale che si ha e dalla finalità che si vuole ottenere.
asparsa inizia con tali mezzi e finisce col trascendere il mondo dell’ avidya-miiya.
«È pure necessario ricordare – sostiene I.K. Taimni – che la pura assenza di attrazione dovuta alla inazione del corpo, o alla sazietà, o all’interesse per altre cose, non costituisce il vairagya». Può avvenire che «…l’attrazione è semplicemente sospesa, pronta a tornare alla superficie non appena si diano le condizioni necessarie. Quel che occorre per un vairagya vero e proprio è la distruzione deliberata di tutte le attrattive e del conseguente attaccamento, e il dominio consapevole dei desideri… Il controllo sui veicoli attraverso i quali si avvertono i desideri e la consapevolezza del dominio che nasce da tale controllo sono elementi essenziali del vairagya. Per attingere questo tipo di dominio, si dovrebbe esser stati in contatto con tentazioni di ogni specie ed essere passati attraverso prove
del fuoco di ogni varietà, uscendone non soltanto trionfanti, ma senza avvertire la minima attrazione. Poiché se si sente attrazione non si è completamente dominato il desiderio anche se non si soccombe alla tentazione»’.