Avidya Maya

L’apparato sensorio, con la mente (manas), conosce il non essere e ignora l’Essere. Il non-essere è tutto ciò che viene percepito dai sensi grossolani e sottili; l’Essere rappresenta il fondamento di quelle percezioni. Usando l’esempio classico di Sankara, il non-essere è il serpente-apparenza, l’Essere è la corda-realtà sottostante. Secondo Parmenide l’Essere è, e il non-essere è solo apparenza.
Il non-essere è costituito da tutte le possibili, indefinite sovrapposizioni alla Realtà, frutto della mente immaginativa: così al posto della corda chi vede un serpente, chi un bastone, chi un filo d’acqua, ecc., o, meglio, possiamo dire che la stimolazione di un evento esterno fa affiorare una risposta soggettiva immaginativa. E questa forma-immagine subconscia, esternandosi, va a sovrapporsi al dato reale, nascondendolo completamente alla consapevolezza dell’ osservatore.
A questo punto viene spontaneo chiedersi: la corda (schermo) senza una mente in azione (proiettore), senza immagini da proiettare (pellicola) e senza una coscienza spazio-temporale (luce) che dia vita e realtà a un’illusione non sarebbe rimasta corda e nient’altro che corda? L’avidya, dunque, implica dualità? E questa dualità non è forse causata dal movimento?
L’avidya devia la coscienza dal dato in sé al dato apparente. Quest’ultimo (serpente) non ha realtà assoluta dal momento che nasce quando viene proiettato dalla mente e muore quando il soggetto riprende consapevolezza di sé. In
definitiva è un enormemente il essere.
A prima vista ciò può originarsi per motivi di natura psicologica e rivelarsi, successivamente, frutto di una non-conoscenza metafisica: il divenire implica il non riconoscersi compiuti, perfetti, eterni. Infatti, le nostre oggettivazioni rispecchiano istanze di compensazione, di gratificazione, senso di insicurezza fisica e psichica. Queste sono impressioni di non-essere, profondamente radicate in noi, pronte a manifestarsi (movimento) non appena possibile.
Il movimento esteriorizzante, produttore di dualità, copre lo spazio e il tempo che intercorrono tra il contenuto allo stato potenziale (vasana) e la materializzazione (serpente). I fotogrammi esistono, impressionati sulla pellicola della nostra subcoscienza. Basta che la coscienza li illumini e la mente li proietti perché lo spettacolo (oggetto) prenda vita, e la dualitàsi realizzi.
Se facciamo una disamina dell’intero processo, possiamo accorgerci che la proiezione non può prescindere dall’ esistenza di un elemento fondamentale che è il fotogramma (vasana). Se andiamo ancora più a monte, scopriamo che alla base del tutto esiste uno stato di ignoranza (avidya) nato con la stessa individualità (ahamkara) che si esprime ai vari livelli di manifestazione perpetuando si fino a quando la conoscenza (vidya) non risolverà le cause e gli effetti, quindi la dualità, il tempo e lo spazio.
La maya è una sovrapposizione all’Essere, operata non più dalla mente del singolo individuo, ma dal Mahat o Mente cosmica, quella mente che è la sintesi di tutte le menti esistenziali. Il fenomeno illusorio esce così dal campo microcosmico per abbracciare l’intera espressione proiettiva universale. E questo movimento per l’individuo produce, come abbiamo visto, dualità-molteplicità, che è solo apparente poichéè immaginata dalla mente all’interno di se stessa.
È difficile per l’uomo considerare l’universo un semplice miraggio, una proiezione immaginativa, la forma-pensiero materializzata di un Ente-mente che sogna. Forse sono il tempo e lo spazio incommensurabili dell ‘Ente a farglielo apparire reale, eterno.
La maya viene così ad assumere, per il Soggetto che sogna e per il soggetto e l’oggetto sognati, valori del tutto diversi. Per il primo la maya è movimento (causa), per gli altri è forma (effetto) .
Per quanto riguarda l’individuo, le forme, anche se apparenze, assumono realtà e assolutezza, essendo la sua coscienza identificata con esse. Il “dormiente” vede e crede alla dualità, vede e crede alla differenziazione, considera reale una semplice proiezione nella quale egli stesso si muove, vive e si esprime.
«La mente proietta il soggetto e l’oggetto (l’io e il nonio). Poi il soggetto vuole conoscere l’oggetto come fosse una cosa distinta.
In questa rincorsa per catturare l’oggetto in movimento, il soggetto non si accorge che l’oggetto non è altro che l’altra faccia di se stesso. Abbiamo, così, che il ladro si traveste da poliziotto per catturare il ladro che è sempre lui stesso. Gli opposti sono identici perché identica è la loro matrice» I.
Ma l’io e il non-io di sogno, velati dalla maya-avidya, ignorano di essere identici tra di loro e alla mente che li ha emanati. Pertanto, si combattono, si “amano” e si odiano.
Il rapporto maya-individuo è, dunque, un rapporto basato sull’identificazione dell’individuo con gli effetti della maya. Invece, per quanto riguarda il Sé, le cose stanno in modo diverso, proprio perché diversa è la sua posizione coscienziale.
L’io empirico, immerso in un’infinitesima porzione di tempo-spazio, ignora l’intero, quindi è succubo degli eventi, della storia, del particolare. Il Sé, al contrario, è fuori del tempospazio-storia; abbraccia l’ieri, l’oggi e il domani in un eterno presente che gli permette di essere padrone della causa, dello spazio e del tempo. Egli, pertanto, conosce la legge della maya e, trovandosi sul piano della manifestazione, la usa in piena libertà, giocando con essa (lila) senza esserne sopraffatto. Inoltre, essendone semplice Testimone, può intervenire sul movimento della maya e risolvere l’apparenza.
Invece, l’individuo che pensa di essere un semplice ente scisso dall’universale vede solo la precipitazione-effetto della maya e non può operare ovviamente sulla causa-movimento di quella, ma, tuttavia, ha il potere di intervenire sul proprio movimento proiettivo, facendo svanire l’immagine del “serpente” .
Possiamo parlare della maya partendo dagli effetti e risalendo, per deduzione analogica, alla causa. Ma definire la maya è impossibile poiché essa è movimento, e il movimento non può essere racchiuso in un concetto. Infatti, basta osservarlo che esso svanisce. Basta osservare il sogno, da una prospettiva di maggiore consapevolezza (veglia), per vederlo scomparire. Basta osservare una forma per notare che muta in continuazione e che non è più la stessa. di prima.
Definire la maya, quindi, è impossibile, ma, osserva l’ Asparfa, non ha importanza avere un’immagine mentale della maya; è importante prendere consapevolezza del suo meccanismo operativo e trascenderla.